Solitamente, quando il giudice convalida lo sfratto, stabilisce un rinvio, variabile da sei mesi a un anno rispetto alla scadenza contrattuale, entro il quale l’immobile deve essere rilasciato.

Le procedure

L’inquilino può opporsi alla procedura esecutiva, chiedendo una proroga, se in possesso dei requisiti previsti dalla legge ai sensi dell’art. 6 della legge 431 del 1998 (ultra 65enni, basso reddito, ecc.)

La legge 133/99 ha inoltre modificato e ridotto della metà rispetto allo scaglione di riferimento i costi di ricorso al Tribunale per i giudizi e per la fissazione delle date successive di esecuzione degli sfratti.

Quattro provvedimenti

Finita locazione: come si procede

Entriamo nel dettaglio e vediamo in modo più specifico in cosa consistono gli sfratti per finita locazione e qual’è la procedura di attuazione, sia per il locatario che per proprietario dell’immobile.

Di norma, sei mesi prima della data di scadenza del contratto di affitto, il proprietario che decide di rientrare in possesso dell’immobile, deve inviare una raccomandata al locatario per avvertirlo. Qualora non lo facesse o nel caso in cui non si trovi un accordo tra i due, si ricorre al giudice che provvede a formalizzare lo sfratto per finita locazione durante un’udienza prefissata, a cui devono presenziare entrambe le parti. Se entro la data stabilita l’inquilino non ha lasciato la casa, allora si procede con l’esecuzione forzata dello sfratto. Il locatario può richiedere una proroga, fino ad un massimo di 6-18 mesi se per esempio ci si trova in un comune con un alto tasso d’intensità abitativa, ma non se si è dimostrato moroso. Durante i mesi di proroga l’affittuario è tenuto a pagare una penale del 20% in più sul normale canone, che è consigliabile saldare senza ritardi in quanto il giudice, in tal caso, potrebbe accelerare i tempi di esecuzione dello sfratto.

Sfratto per morosità

A differenza della precedente tipologia di sfratto, in questo caso si procede con la richiesta perché l’inquilino affittuario non risulta in regola con il pagamento del canone, seppure ancora è in essere il contratto di locazione. Il proprietario dell’immobile può inviare formale “richiamo” al pagamento delle mensilità mancanti e anche di quelle restanti. Se l’inquilino non si mette in regola, interviene anche qui il giudice che intima il saldo entro 20 giorni, altrimenti procede con un decreto di sfratto.

In caso di necessità del proprietario di rientrare in possesso dell’immobile

Questo tipo di sfratto è previsto solo in casi particolari e mai quando si tratta di contratti brevi.

Il proprietario può procedere intanto con l’invio di un avviso al locatario in cui spiega nel dettaglio le sue motivazioni e necessità, che andranno verificate in fase di istruttoria. Ai sensi di legge i casi in cui si può chiedere lo sfratto per necessità sono: la volontà di destinare la casa ad un parente prossimo (sia come abitazione che per l’attività professionale), nel caso in l’immobile sia in gravi condizioni tali da richiedere interventi importanti o se deve essere demolito, se il locatario non occupa abitualmente l’immobile senza una valida motivazione.

Come e quando richiedere al giudice l'esecuzione del decreto ingiuntivo

Siete alle prese con un contenzioso economico? Vantate dei crediti che non sapete come riscuotere? Di seguito un approfondimento che vi metterà in grado di fare ordine tra le mille pieghe di una burocrazia, quella italiana, che molto spesso non si pone come garante per il singolo e comune cittadino.

Il Decreto Ingiuntivo è un provvedimento emesso dal Giudice Civile su istanza di parte, mediante il quale si ordina a un soggetto (colui contro il quale il Decreto Ingiuntivo viene richiesto) di pagare una data somma di denaro a chi chiede l’emissione dello stesso. Nel caso delle abitazioni private, questo è uno dei passaggi che porta alla decisione drastica e definitiva, ossia quella dello sfratto.

Trascorso tale termine, il decreto diventa esecutivo e si può procedere al pignoramento dei beni del debitore.
Affinché il Giudice possa concedere il Decreto Ingiuntivo, è necessario che il richiedente dia prova scritta del suo credito, con promesse di pagamento provenienti dal debitore, telegrammi, estratti autentici delle scritture contabili. Il ricorso per Decreto Ingiuntivo dev’essere presentato al Giudice competente, Tribunale o Giudice di Pace, a seconda che il credito sia o meno di valore superiore agli € 2.500,00.
 


Il Giudice, valutato lo scritto e le prove, deciderà se emettere il Decreto Ingiunzione, rigettare la richiesta o sospenderla chiedendo ulteriore documentazione.
 Il Decreto Ingiuntivo emesso dovrà poi essere notificato; la notifica sarà una comunicazione ufficiale al debitore e a cura del ricorrente, fatta mediante Ufficiali Giudiziari del Tribunale o Avvocato.

Opposizione da parte del debitore

Il debitore può opporsi al decreto entro 40 giorni dalla ricezione di esso; a esso segue un procedimento ordinario.
L’opposizione va fatta con atto di citazione a comparire di fronte al Tribunale (o Giudice di Pace nei casi di sua competenza), indicando le ragioni per cui si ritiene che il Decreto Ingiuntivo non sia stato validamente emesso.

Tempistica per richiedere il provvedimento

Per ottenere un Decreto Ingiuntivo sulla casa sono sufficienti pochi giorni, al massimo qualche settimana; qualora l’altra parte si opponesse con procedimento ordinario, i tempi risulterebbero più lunghi.


Cosa succede con le banche?

Una recente sentenza dei giudici ha chiarito alcuni aspetti qualora l’istituto bancario si avvalga di questo strumento contro un proprio cliente. Con la pronuncia del settembre 2014 (numero 19696), i giudici hanno stabilito che se la parta avversa si oppone al decreto di ingiunzione, la banca è tenuta obbligatoriamente a dimostrare la prova del credito vantato per procedere avanti nella richiesta.

L’istituto bancario è quindi obbligato a riprendere tutto il percorso del suo cliente, dimostrando con i documenti in suo possesso che il conto corrente della persona contestata è negativo e questo può avvenire solo con la presentazione di tutte le prove che non si deve confondere con il mantenimento della conservazione dei documenti contabili. Questo è ciò che ha stabilito la Cassazione civile.

Abitazioni private: il problema della morosità

Nel caso delle abitazioni private il tema è più complesso perchè riveste anche una questione sociale. Quando si parla di affitti non pagati, sono diverse le tappe che può decidere di intraprendere il proprietario dell’immobile, passando dai solleciti al decreto per ingiunzione fino allo sfratto, la misura drastica. La quasi totalità delle domande avviene per morosità dell’inquilino e una recente indagine ha portato alla luce un dato allarmante: quasi la metà degli inquilini paga con ritardo le rette mensili mentre in alcune città la quota condominio non viene neanche più pagata.

Un problema che investe la questione del lavoro in Italia: non c’è solo la disoccupazione ma anche gli stipendi pagati in netto ritardo (alcuni lavoratori si ritrovano con più mensilità in arretrato da ricevere) il che fa ritardare tutti i pagamenti annessi, come appunto gli affitti. Questa questione sociale appare di difficile risoluzione, come un cane che si morde la coda. I proprietari d’immobili in diversi casi preferiscono la trattazione piuttosto che le vie legali anche se poi il discorso cambia da situazione a situazione. Nei casi sopracitati si parla di morosità incolpevole, come può essere quella derivante da licenziamento dal posto di lavoro. Il Governo ha stanziato un fondo per aiutare queste persone ma si avrebbe bisogno di un aumento delle risorse vista l’ampia platea interessata.